Ecco perché il Fondo monetario ha il compito di salvare la Grecia
I commenti sulla situazione finanziaria di Grecia, Spagna e Portogallo suonano come una sinfonia cacofonica dadaista. Chi lamenta la mancanza di potere della politica europea, che dichiara di non voler accedere a un salvataggio della Grecia, chi sottolinea invece che i mercati speculano sul debito pubblico di Grecia, Portogallo, e Spagna e non su quello degli Stati Uniti. di Alberto Bisin

I commenti sulla situazione finanziaria di Grecia, Spagna e Portogallo suonano come una sinfonia cacofonica dadaista. Chi lamenta la mancanza di potere della politica europea, che dichiara di non voler accedere a un salvataggio della Grecia, chi sottolinea invece che i mercati speculano sul debito pubblico di Grecia, Portogallo, e Spagna e non su quello degli Stati Uniti. E tutti sono contro le rigidità del Trattato di Maastricht. Aggiungo la mia nota alla sinfonia.
La Grecia ha una spesa pubblica fuori controllo. Le sue difficoltà a piazzare il debito sui mercati finanziari è dovuta a questo. Il debito per sé non è un problema; lo è la mancanza di un ragionevole piano di rientro e di sviluppo. Il fatto che la Grecia abbia manipolato (falsificato?) i dati sul debito, non aiuta: segnala che il paese è alla frutta ed è (stato) governato da una classe politica incompetente. Se si comprende questo, notare che altri paesi con un elevato rapporto debito/pil sono lasciati in pace dai mercati non ha senso alcuno. In queste situazioni di crisi finanziaria (ci è passata anche l’Italia prima dell’euro) un paese ha tre possibilità: agire per ristabilire un equilibrio dei conti, dichiarare bancarotta, svalutare o monetizzare il debito. L’ultima opzione non è concessa alla Grecia a meno di uscire dall’euro, semplicemente perché le autorità monetarie del paese non hanno una valuta da stampare. La bancarotta ha conseguenze politiche durissime, mentre il riequilibrio dei conti ha conseguenze sociali gravi. La via d’uscita sarà probabilmente una combinazione di bancarotta e riequilibrio, come quelle che il Fondo Monetario Internazionale è uso a organizzare da tempo. Si eviterebbe così la cancellazione del debito e si userebbe il Fondo come capro espiatorio dei tagli di bilancio: stratagemma molto amato dalla politica, dall’Asia all’America Latina.
L’Europa non può intervenire. Certo non lo può fare apertamente. Lo garantiscono i trattati comunitari. Questo è il vincolo esterno che i greci, fortunatamente per loro, hanno accettato. Chi non comprende il valore economico di una solida reputazione delle banche centrali, e della loro indipendenza dalla politica, deve essersi addormentato negli ultimi 30 anni. Qualcuno ricorda le ondate di inflazione negli anni Settanta? L’immagine di un’Europa impotente davanti alla crisi della Grecia è ideologicamente distorta: l’Europa è potente proprio nella sua capacità di permettere ad autorità monetarie indipendenti di rifiutare i richiami di breve periodo della politica. La questione di Portogallo e Spagna è diversa. Se i problemi di questi due paesi non sono qualitativamente diversi da quelli della Grecia, da un punto di vista quantitativo la differenza è enorme. Il mercato scommette su un effetto domino, su un qualche panico generalizzato che accompagni il crollo della Grecia. Si tratta quindi per questi paesi di tener duro, intervenendo dove possibile sul riequilibrio dei conti, e sperare che la tempesta passi in fretta. Il fatto che l’Italia, che ha simili problemi strutturali con i conti pubblici, non sia attaccata dai mercati è ottimo segno. Dove sono quelli che lamentarono che il Tesoro non fosse intervenuto massicciamente per stimolare l’economia dopo la crisi? Se c’è un’intuizione di successo che va riconosciuta al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è stata quella di anticipare nei movimenti degli spread sul debito pubblico italiano l’anno scorso il rischio di una crisi finanziaria. Anche coloro che lamentano la mancanza di una politica fiscale comune europea mancano il bersaglio. Politiche fiscali divergenti sono accettabilissime. Sono politiche fiscali insostenibili a essere insostenibili. Ed è il mercato finanziario a dichiararle tali. Non perché il mercato sia potente e malvagio, ma perché è al mercato che il debito deve essere venduto e nessuno vuole comprare banane avariate e pagarle come buone. Inutile quindi richiedere la centralizzazione dei poteri fiscali all’amministrazione politica europea. Sarebbe sufficiente che la burocrazia europea fosse in grado di accorgersi quando un paese trucca le carte.
In conclusione, la situazione economica che ha portato la Grecia alla crisi finanziaria, i problemi di Spagna, Portogallo e anche dell’Italia, sono alla radice gli stessi. Questi paesi hanno una spesa pubblica gonfiata da decenni di cattiva politica, un settore pubblico ipertrofico, un sistema di garanzie sociali trasformato in rendite che non garantiscono ma invece impediscono al paese di crescere. E invece, dagli al mercato che non compra le banane avariate.
di Alberto Bisin